Pareti di gommapiuma ondulata

Fa caldo.
Siamo a Bologna e fa caldo.
Ci siamo staccati dai sedili del treno, abbiamo mangiato cose fatte di pizza con Ilaria e, riparati da qualche amato portico tappezzato da manifesti interessanti, raggiungiamo Radio Città del Capo.
La prima cosa che notiamo, da fuori, è il vetro gigante che ci permette di vedere la gente lavorare al computer.
Arriva Giovanni – o entriamo e ci accoglie – e l’Imane si illumina.
Alla nostra destra, dipinta sul cemento che ci sostiene i piedi, c’è una sottile pista ciclabile che porta ad un giardino. Vediamo il giardino, molto carino ed ombreggiato, con un tavolo e qualche sedia. Quando rientriamo ci accorgiamo che, in effetti, questo posto è anche pieno di gente. L’ambiente non è molto grande, ma è aperto e pieno di scrivanie saltuariamente divise da muri molto bassi. Ogni scrivania ospita una persona.
Le prime persone che incontriamo, comunque, non stanno lavorando, ma si presentano gentilmente e sorseggiano caffè. Il caffè è il primo passo verso qualsiasi cosa.
Giovanni accende un computer a caso – che forse era già acceso – e tutti insieme ascoltiamo le nostri voci registrate, intervallate da quelle delle povere persone da noi intervistate settimane fa e dalle canzoni suonate da gente che della Siae non vuole saperne niente. Successivamente ci spiega alcune cose riguardanti il nostro blog, consegnandoci delle fotocopie tirate fuori dal casino della scrivania.
Attraversiamo di nuovo la porta aperta, e ci ritroviamo vicino alla macchinetta del caffè (che a pensarci bene vende anche altro, ma a chi importa?), di fronte alla quale si trova una porta, che quasi temiamo di aprire.
Entriamo e, appena la porta si richiude, ci troviamo in un piccolo mondo dove tutti i suoni sono attutiti – sarà per la gommapiuma ondulata che tappezza le pareti?
Noi, che siamo in sei, occupiamo quasi completamente il piccolo corridoio.
A destra vediamo un uomo muovere la bocca e, con le dita, alzare ed abbassare dei cursori. Lui è in diretta e se ne frega in modo molto professionale della dozzina di occhi indiscreti fissi su di lui.
Decidiamo di entrare nella stanza “degli ospiti”, nel senso che la gente va lì per essere intervistata.
Un vetro ci consente di continuare a vedere il conduttore mentre parla e davanti al vetro c’è un tavolo sopra il quale è sospeso un microfono.
Mentre ci sediamo sulle sedie colorate a mano, vediamo la chitarra che riposa in un angolo “Ogni tanto un ospite si mette a suonare la chitarra in diretta” ci informa Giovanni.
Parliamo un po’ della Siae, poi ascoltiamo la radio con le cuffie attaccate al muro, che sono lì proprio per far sentire alle persone intervistate la voce del tizio che conduce l’ intervista.
Dopo mezz’oretta abbandoniamo quel luogo silenzioso, entrando nel cuore della radio.
Il cuore della radio non sembra affatto un cuore vero – non ci sono ventricoli o cose del genere – ma il paragone ha senso se compariamo al sangue le informazioni, che tutte quelle persone trovano e si scambiano, facendo fare loro il giro della radio.
Giovanni e Ilaria ci annunciano l’inizio di qualche decina di minuti di libertà, in cui possiamo girare per quelle scrivanie e disturbare il lavoro di povere persone con le nostre insolite domande, a patto di non recar danno a persone o oggetti.
Essendo a Bologna, facciamo un po’ di balotta con persone a caso, prendendo in simpatia un ragazzo vicino ad un’inutilizzata scatola vuota, in cui una volta la gente infilava fiabe per bambini.
Provando a non far cadere una bicicletta che ci intralcia la strada, esaminiamo tutti i cassetti di una scatola di metallo verde ricoperta di patacchini. Nei cassetti ci sono decine – centinaia? Chi ha voglia di contarli? – di CD di gruppi sconosciuti e conosciuti, artisti solitari, successi estivi eccetera eccetera.
Giovanni era andato a pranzare, ma torna prima del previsto e ci salutiamo in una stanza praticamente vuota, dovrebbero esserci un paio di tavoli ma noi ci concentriamo solo sulla piccola libreria con DVD e VHS e ci tuffiamo nei nostri ricordi infantili.

Usciamo lasciandoci alle spalle un casino di tavoli pieni o vuoti, computer vecchi e nuovi in cerca di notizie, una pista ciclabile, un piccolo giardino, delle pareti di gommapiuma, un bagno, tanti caffè, una scatola vuota, una cassettiera piena, e tante persone che ci hanno accolti e che forse non si ricordano i nostri nomi, ma a noi non importa. Perché sono stati davvero gentili e fanno un lavoro che probabilmente amano – abbiamo anche incontrato un tipo che fa un programma radio senza neanche farsi pagare – e probabilmente ci hanno anche insegnato qualcosa che al momento non riusciamo a cogliere.
E forse non è vero che ce li siamo lasciati alle spalle, perché dentro di noi, da qualche parte, siamo sicuri di poter trovare i ricordi di questa bella giornata.
Quindi grazie a tutti, speriamo che anche voi abbiate gradito la presenza di qualche adolescente esaltato.